mercoledì 20 dicembre 2017

I RICCHI E I POVERI NELLA VARESE DEL '700



Tutte le società che si conoscono hanno dei metodi per classificare i propri membri, assegnando ad essi un grado diverso di valore nella scala sociale.
Senza voler fare complicate considerazioni sociologiche, possibili solo a livello generale e non in un ambito locale, è importante sottolineare i caratteri di questo fenomeno nella nostra città nella sua evoluzione storica, non già per fare un saggio approfondito e noioso ma per avere uno spunto che permetta di parlare della cultura della nostra comunità, per cercare di capire le origini e le caratteristiche.
La considerazione che occorre fare come premessa fondamentale è che mentre la società odierna ha oltremodo appiattito le differenze d classe, nella società di qualche secolo fa, e quindi anche nel “borgo” Varese, esse erano ben più evidenti, sia nelle forme esteriori, sia nei criteri assunti per tale classificazione (come vedremo più avanti).
Anche se i cronisti dei secoli scorsi non si dicono molto in proposito, i loro scritti danno un’idea abbastanza precisa della situazione.
Uno di essi, l’Adamollo, parla di tre categorie ben distinte: gentiluomini, bottegai e “povera gente” bisognosa di lavoro.
Per capire la consistenza di queste categorie sociali, occorre rifarsi ai “convocati” o assemblee pubbliche del borgo, come si apprende da alcuni dati pubblicati dalla “Rivista della Società storica Varesina”.
In un convocato indetto nel  1570 si segnala, su 259 presenti, una cinquantina di nobili,91 signori, 21 magistri (della cui importanza si parlerà più avanti) e 93 persone senza indicazione specifica.
I nobili, benché non insigniti di superiore titolo araldico, si distinguevano nel nome, preceduto dal “nob” o dal “don”, particolare forse banale ma che sta ad indicare come anche nelle forme esteriori, le distinzioni fossero precisamente sancite; inoltre, si evidenziavano già alcuni nomi che appartenevano al ceppo nobile: Bianchi, Bossi, Buzzi, Castiglioni, Orrigoni, Piantanida, ecc.
Questi nobili cercavano di accaparrarsi soprattutto i centri più importanti nella vita del borgo.
A Velate, ad esempio, nell’archivio della parrocchia si conserva un “quinternetto d’oro della nobiltà” locale, un quaderno in pratica, con nomi e diritti (esenzione da particolari imposte); talvolta il titolo di nobile spettava poiché legato ad una carica particolare ricoperta; per fare un altro esempio, i canonici della basilica di San Vittore di Varese, di diritto erano nobili del Seprio.
Alcuni ceppi nobili varesini si estinse gradatamente o si portarono altrove, pochi altri sopraggiunsero.
Nel 1600 giungono a Varese a prender dimora stabile, o quasi, i De Cristoforis ed un Litta (da Milano), gli Alemagna, i Recalcati, seguiti nel 1700 da altri diversi nobili milanesi che facevano però di Varese solamente la loro sede di villeggiatura.
Nel ‘700 tuttavia, inizia un processo di lenta trasformazione all’interno della nobiltà: un convocato del1702 si limita ai titoli di “Signor” o “Messer”. In quello del 1766 dei 638 convocati, solo 11 risultano nobili, 64 hanno il titolo di Signore, gli altri nomi non sono preceduti da alcuna indicazione.
La trasformazione della nobiltà del Settecento, di cui ho parlato pocanzi, andava nel senso di un continuo decadimento; essa era formata ormai da persone che provenivano dalla classe borghese, elevatasi socialmente per incarichi o censo; la vecchia nobiltà di origine feudale era in una fase chiaramente decrescente. Questo, a mio parre, è un particolare di rilievo, poiché la matrice dello sviluppo economico della nostra zona rispetto ad altre aree italiane si può ipotizzare risalga proprio a questa struttura sociale che si andava trasformando in un certo modo, lasciando sempre meno spazio alla statica nobiltà feudale che, nella sua gestione del potere economico, ha condotto tante zone italiane, per esempio nell’Italia meridionale, all’immobilità produttiva e quindi all’arretratezza economica.
Un benessere accentuato, ma sparso e livellata, sarebbe dunque una caratteristica di Varese che trae origine da fenomeni di alcuni secoli fa.
Per capire un altro carattere interessante della situazione sociale del borgo, occorre fare una considerazione di ordine generale: tutte le società umane presentano fenomeni di stratificazione, ma i caratteri che si assumono per determinarla variano molto  a seconda della società: possono essere l’età, il gradi di cultura, il reddito, tanto per dare alcuni esempi.
Nella società di allora, nel borgo Varee, era particolarmente importante la capacità di esercitare un mestiere, la professione, si direbbe oggi.
Così, più volte nei convocati, si citano i magistri, che possiamo considerare la classe media di allora e che sono specificati nelle loro professioni più disparate: maniscalchi e calzolai, parrucchieri e falegnami, capomastri e pittori.
Inoltre, la “classe media” era piuttosto articolata ed interessante: oltre ai magistri vi erano un certo numero di artigiani che lavoravano il legno, il ferro, il rame, la ceramica, ecc.
Vi era poi un numero indefinibile di “pizzicaroli” o lavoratori della seta a domicilio, un piccolo gruppo di artisti fra cui si distinguevano alcuni bravi pittori, i varesini, da gente parsimoniosa, ricorsero soprattutto alla pittura, meno costosa dell’architettura, per rendere più ricche le loro case e chiese non vi sono infatti a Varese palazzi notevoli dal punto di vista architettonico, salvo alcune eccezioni.
Si può riprendere a tal proposito, il discorso fatto in precedenza: non ci fu a Varese il nobile feudatario straricco o il grande latifondista che in quell’epoca volle manifestare la propria ricchezza e potenza con una dimora sontuosa.
A proposito della povera gente le cronache ci offrono scarne notizie: erano lavoratori generici o stagionali e, sulla loro entità, non si possono che avanzare ipotesi: nel Seicento dovevano essere circa due-tremila approssimativamente un terzo dell’intera popolazione varesina.
La società industriale e quella post-industriale ( in cui secondo alcuni ci troviamo), hanno modificato a tal punto queste situazioni che le notizie riportate sopra ci appaiono molto lontane dalla realtà attuale.
Nonostante i sociologi affermino che nella piccola città le esperienze di stratificazione siano più chiaramente percepite rispetto ad una metropoli, e benché sussistano ancora evidenti differenze di reddito e nello stile di vita, si può senza dubbio concludere che la struttura sociale oggi sia completamente diversa con conseguenze sulla mentalità, sulle tradizioni della comunità collegandomi con questa affermazione a quanto premesso all’inizio.
Un’altra considerazione che mi sembra emerga chiaramente da quanto detto è che un tempo era più facile identificare i caratteri della propria cultura locale, riflessi, ad esempio, ed in maniera molto chiara, nella struttura sociale che ho descritto. E’ più difficile oggi, invece, nella civiltà delle macchine e delle telecomunicazioni, della televisione e della burocrazia, in cui le abitudini ed i gusti vengono livellati e stereotipati, ritrovare il senso di una propria cultura e delle proprie tradizioni.
                                                                                                                                       Alberto Aliverti

(Estratto da La Prealpina di Sabato 16 aprile 1983 pag. 23)

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