domenica 3 novembre 2013

Lettere di Francesco Bossi al cardinale Carlo Borromeo - terza parte

Bologna 22 gennaio 1567[1]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Il presente latore sarà Egidio mio nipote, qual viene a far riverenza a
V.S. illustrissima, e a donarsele per devotissimo servitore, come io le sono, e tutti di casa
mia. La supplico resti servita farlo degno della sua grazia, acciò
se ne possa sotto l’ombra di lei andare a finire i suoi studi, e dottorarsi,
come credo debba fare verso il fine di quest’anno, e io
aggiungerei questo agli altri obblighi infiniti che le tengo. E le
bacio umilmente le mani e me le raccomando in grazia.
Di Bologna 22 gennaio 1567
Di V.S. illustrissima e reverendissima
Umilissimo e obbligatissimo
Servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi raccomanda a Carlo Borromeo il nipote Egidio Bossi, figlio di Marco Antonio, che sta per laurearsi all’Università di Pavia.
Il cardinale Carlo Borromeo nel 1584 gli manderà una lettera coll’indirizzo: “Egregio viro Egidio Bossi ex Collegio Judicum Mediolani et in civitate Cremonae fisici patrono affini dilecto”, parlandogli del suggello di ferro del santo arcivescovo rinvenuto nel sepolcro di S. Benigno e da lui donato allo zio Francesco Bossi vescovo di Novara. Questi lo trasmise ai suoi discendenti, ultimo dei quali fu Giuseppe Bossi, che lasciava di tutto, a sua volta, erede il marchese Fabrizio Benigno, della linea ora domiciliata a Ginevra





Bologna 29 gennaio 1567[2]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Questa sera aspetto monsignor Doria, e domani con la grazia del Signore Dio me ne andrò
alla volta di Roma risoluto di alloggiare nella casa[3] di S. Prassede, e
d’attendere alla cura della Chiesa d S. Maria Maggiore, in modo
che nel medesimo tempo io venga a soddisfare al debito mio, e alla volontà
di V.S. illustrissima, quale voglio che dia sempre regola a tutte le mie azioni
come meglio le potrà far sapere monsignor Buonuomo, al quale rimettendomi,
faccio fine, e a lei bacio umilmente le mani, e mi raccomando in
grazia.
Di Bologna 29 gennaio 1567
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi annuncia la sua partenza da Bologna per Roma dove sarà alloggiato nell’Abbazia di S. Prassede e attenderà alla cura della Chiesa di S. Maria Maggiore.



Roma 15 marzo 1567[4]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

V.S. illustrissima avrà inteso per lettere che io ho scritto a monsignor Bonomo
qualmente subito che ebbi il motu proprio segnato da Nostro Signore[5], che revoca
quello di monsignor di Conversano[6], presi il possesso del Vicariato di S.
Maria Maggiore, e venni ad abitare in questa casa di S.
Prassede. Di poi non ho mancato di attendere continuamente alla
cura di quella Chiesa, e a quanto mi è parso conveniente. E
il medesimo farò per l’avvenire con ogni diligenza, come è mio
debito di fare, e come mi comanda ultimamente V.S. illustrissima con la
sua lettera del 7 di questo, desideroso di servirla sempre con
tutte le mie forze, e in tutte le cose, che da lei mi saranno
comandate. E le bacio umilmente le mani, e in grazia me la
raccomando.
Di Roma 15 marzo 1567
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi scrive al cardinale Carlo Borromeo di aver preso possesso del Vicariato di S. Maria Maggiore di Roma e di risiedere nel convento di S. Prassede.




Roma 17 maggio 1567
Non disponibile.


Amelia (Terni) 1 giugno 1567[7]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Io sono tuttavia fuori di Roma per questa causa dei confini quale credo
di spedire questo mese senza manco alcuno, e qui in Amelia
ho ricevuto una lettera di V.S. illustrissima del 7 del passato, scritta a favore
di messer Bruno Della Valle, e non mancherò come prima ritorni a Roma
di attendere alla sua causa, e terminarla quanto prima conforme
alla giustizia. Il che avervi fatto da me stesso conoscendomi
a ciò tenuto di ragione ma lo farò ora tanto più volentieri
perché me lo comanda V.S. illustrissima alla quale desidero servire in
questo e in tutte le altre cose, come è mio debito far sempre.
Di Amelia il 1 giugno 1567
Di V.S. illustrissimo e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi scrive al cardinale Carlo Borromeo di essere fuori Roma e più precisamente ad Amelia per risolvere alcuni problemi legati ai confini di quella località.


Roma 21 giugno 1567[8]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Nella bolla fatta dalla felice memoria di Pio IV, nella quale furono eretti i chierici
e beneficiati di S. Maria Maggiore si contiene fra l’altre cose, che
dei beneficiati (che sono diciotto in tutto) dodici abbiano ad
essere sacerdoti e sei diaconi, e che tutti i chierici, che sono
dodici, debbano essere suddiaconi, il che non si è però servato sin
ora, e volendo io astringere quelli che non hanno gli ordini debiti
e specialmente i beneficiati a prenderli secondo la forma della bolla,
ci ho trovato grandissima difficoltà, perché ce ne sono molti, che non
hanno l’età debita, e questi non si possono, né si debbono stringere
di ragione, altri sei scusano con dire che non hanno tanto, che basti
loro per vivere la metà dell’anno, perché uno sparlando pure de
beneficiati, non ha più che ventidue scudi l’anno, un altro trentuno,
un altro trentadue, e un altro trentatre, e pochi arrivano
ai cinquanta, alla qual somma tutti si hanno da ridurre secondo
la forma di essa bolla, dovendosi diffalcare secondo le vacanze,
che verranno a quei pochi che passano i cinquanta quel di più che
avanza, e accrescerà agli altri, che ne hanno meno, tanto che tutte
le entrate dei beneficiati si riducano (come ho detto) alla somma di
cinquanta scudi per ciascuno, qual somma parendo assai debole per
poter vivere secondo la qualità di questi tempi, e il servizio grande
che conviensi fare in questa chiesa, tutti se ne dogliono, specialmente vedere
che i beneficiati di S. Pietro, e anche di S. Giovanni, a similitudine dei
quali fu fatta l’erezione in S. Maria Maggiore, hanno molto più di essi
onde vanno tutti di cercando modo di fare ritrattare quella bolla, e
ridurre a migliore forma per beneficio loro. E io non lascio tra tanto
di far ogni opera perché quelli che non hanno gli ordini detti di sopra
li prendano quanto prima, e chi non li vuol prendere rinunci il
beneficio, acciò la Chiesa resti servita, e così credo che si ossequierà di
presente a pieno, per conto di quelli, che sono in età. Ma con tutto ciò
ho voluto scrivere a V.S. illustrissima quanto ho detto di sopra e ridurli a mente.
Le cose dei beneficiati, come stanno, acciò venendole qualche occasione
possa aiutarli, perché contentantosi essi di quello, a che gli obbligano gli
ordini sacri, e facendo il debito loro nella Chiesa, meritano anche di
avere tanto da quella Chiesa, che basti loro da poter vivere onestamente.
Ma venendo ai chierici, che è quello per cui principalmente ho preso a
scrivere questa mia lettera a V.S. illustrissima, trovo che essi hanno pochissime
entrate, perché molti non passano dodici scudi l’anno, e alcuni non
arrivano pure alla metà. Onde non sono più che tre o quattro di loro
che servino alla Chiesa. Gli altri attendono ad altre faccende,e volendoli
io astringere a servire, o a rinunciare il chiericato, non trovano
pure che lo voglia, essendoci obbligo di prendere il suddiaconato,
e bisognando che abbiano l’età a ciò conveniente, e che servino
secondo la forma della bolla. Onde per questo, e anche perché la
Chiesa ha bisogno di putti che servino, acciò quelli pochi che cantano
non l’abbiano a partire, per accompagnar quelli, che dicono messe
grandi, o per altri servigi, come ora ben spesso occorre, sono venuto
in parere che sarebbe molto a proposito che dei dodici chierici
ce ne fossero sei suddiaconi, e sei accoliti, com’è il S. Pietro e
S. Giovanni, perché a questo modo si troverebbero persone, che
servirebbero volentieri, e che farebbero anche il servizio della
Chiesa assai meglio i quello che di presente avviene, oltre che quando
venissero vacanze dei beneficiati, se ne potrebbero conferire ai putti
che cantano in chiesa, e a questo modo i padri metterebbero
volentieri i figlioli a servire quella Chiesa, il che ora non fanno, e
i putti si sforzerebbero di portarsi bene, e prenderebbero amore
alla Chiesa, alla quale potessero sperare d’avere a servire lungamente,
dove ora come hanno mutata la voce, per lo più si scacciano subito,
a guisa di malfattori. E avendo conferto questo mio pensiero con
monsignor illustrissimo di S. Sisto, e con monsignor Ormaneto, all’uno e all’altro è piaciuto.
La onde quando a V.S. illustrissima paresse il medesimo, si potrebbe far riformare
la bolla in questa parte al modo che più paresse a proposito al signor
cardinale di S. Sisto, e a V.S. illustrissima, alla cui prudenza mi rimetto e le
bacio umilmente le mani, raccomandandomi in grazia.
Di Roma 21 giugno 1567
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi suggerisce al cardinale Carlo Borromeo di riformare l’ordinamento dei dodici chierici della Chiesa di S. Maria Maggiore di Roma, come del resto si fa per le basiliche di S. Pietro e S. Giovanni in Laterano.



Roma 26 luglio 1567[9]

Illustrissimo e reverendissimo signore a padrone mio osservandissimo.

Ho avuto la lettere di V.S. illustrissima del 5 di questo nella sentivo che si contenta
di far fare il candelabro d’argento per la Chiesa di S. Maria Maggiore, di che io
e i canonici tutti ne abbiamo sentita grandissima soddisfazione, e ne la ringraziamo
con ogni affetto d’animo, pregando la gloriosissima Madonna che gliene
renda il merito in mille doppi. E per obbedire a quanto ella comanda,
le mando il disegno della croce, e delle candele, acciò ch’ella possa dar
compimento alla buona volontà sua in questo, o in altro modo, che più le
parrà a proposito. E perché ella veda quanto di già questo suo esempio
abbia cominciato a giovare in altri ancora, sappia che oltre alla croce,
che si fa a spese del Capitolo, ci è stato uno che ha offerto di far fare un
asperges d’argento, del quale quella chiesa aveva ancora gran bisogno
Aspetto che V.S. illustrissima si degni avvisarmi quando vorrà che
si faccia intorno ai chierici, di che gliene scrissi largamente ai dì passati
e quando si trovasse qualche rimedio all’obbligo, che ora tengono di
esser tutti sottodiaconi, veramente ne seguirebbe maggior servizio
della Chiesa, ma di questo, come di ogni altra cosa, mi rimetto s V.S.
illustrissima, quale si risolverà, come le parrà più a proposito.
La Chiesa di S. Prassede riesce molto bene per quello che si è fatto sia
ora, e riuscirà ancor meglio come l’opera sia del tutto finita, ma di
questo so che V.S. illustrissima ne è da altri avvisata abbastanza. Io desidererei
bene che siccome cresce tuttavia (per bontà di V.S. illustrissima) la bellezza
e l’ornamento della chiesa, così anche prendesse aumento la devozione,
la dottrina nei Monaci, e il culto divino della chiesa per opera di
tutti, e specialmente dell’abate, della cui qualità penso che mons. Ormaneto
ne abbia dato pieno ragguaglio a V.S. illustrissima, perché lui ha dato avviso
più volte di quanto vi ha ricevuto inteso da altri, e da quando ne ho visto
e sentito con i propri occhi, e con le proprie orecchie. Ma poi se
egli persevera tuttavia nel suo ufficio, con poco servizio della chiesa
e dei suoi monaci, secondo il mio debole giudizio, mi parrebbe di commettere
troppo grandi errori, più tardassi a scriverle almeno questo
poco, cioè i monaci di S. Prassede sono tutti giovani, eccetto don …
che era sacrestano, quale credo ch’ella conosca, e mi paiono buoni
giovani, e assai devoti, e anche mostrano buon desiderio di attendere
agli studi, e far profitto nelle lettere, ma in casa non vi maestro che
insegni loro né dottrina, né buon esempio, essendo tutti (come ho detto)
giovani, e studenti, onde avviene che quelli che hanno più voglia degli
altri d’imparare, e servare compitamente l’osservanza delle sua
regola, procurano quanto possono di partirsi, e andar altrove. E sebbene
ora l’Abate fa leggere una lezione del quarto delle scritture
da quel frate conventuale di S. Francesco, che era penitenziere in S. Maria
Maggiore, pure non serve molto al bisogno degli studenti, né anche credo che sia
abbastanza del desiderio di V.S. illustrissima. E a tutte queste cose, ed altre
di momento, si rimedierebbe quando ci fosse un abate letterato
e spirituale come un lettore della loro religione, o che almeno l’abate
fosse atto a poter leggere, e volesse farlo, e non s’occupasse tutto nei
negozi e procure della religione, come fa questo, che ci è di presente,
e quando a V.S. illustrissima piaccia di procurare qualche rimedio a
questo disordine, le ricordo ancora che sarebbe bene, che i superiori
mandassero a S. Prassede un converso, o due, che servissero alle
messe, e gli altri servizi della chiesa, perché di presente non ne
hanno alcuno, e tengono un putto piccolo, che risponde alle messe,
quale non ha, né devozione, né modo di parlare, né attitudine a
ministero di tanta importanza, com’è quello, oltre che il più delle
volte ha le calze stracciate, e mostra il nudo in più loghi, e
ben spesso serve senza calzetti, e senza cotta, e sebbene io ho
fatto istanza molte volte perché si provvedesse di persona più a
proposito, o che almeno non si lasciasse, che quel putto mostrasse il
nudo, e si coprissero li panni stracciati con la cotta, quando serve
alle messe, non di meno non se ne è fatto altro, e il sacrestano
si scusa sopra l’Abate, e l’Abate non ci fa provvisione alcuna.
Di che mi è parso darne avviso a V.S. illustrissima, acciò possa prendere io in
quella risoluzione, ce giudicherà più espediente con la prudenza sua.
E se forse a lei parrà  che io prenda pensiero di cose che non mi toccano.
la supplico me ne avvisi, e intanto mi perdoni, perché a
me pare di essere sforzato a fare questo ufficio a questa volta, dalla
coscienza mia, e dal desiderio che tengo di procurare in tutte le
cose l’onore e la soddisfazione di V.S. illustrissima, ma se saprò che non le
piaccia, me ne asterrò per l’avvenire. Con che a V.S. illustrissima bacio
umilmente le mani e me lo raccomando in grazia.
Di Roma 26 luglio 1567
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e devotissimo
servitore Francesco Bossi

Francesco Bossi ringrazia il cardinale Carlo Borromeo per aver donato alla Chiesa di S. Maria Maggiore di Roma un candelabro d’argento. Questo suo gesto munifico è stato di buon esempio per un altro fedele che ha donato un aspersorio d’argento di cui la chiesa aveva estremo bisogno.
Lo informa che i lavori di abbellimento della chiesa procedono bene e contribuisco ad aumentare la devozione dei fedeli, grazie anche all’opera dell’Abate e dei monaci.
A proposito di questi ultimi, lamenta però la loro giovane età e la loro poca istruzione nelle cose sacre poiché manca un insegnante che li possa istruire e quelli più volonterosi molto spesso si trovano costretti ad andare altrove per ricevere buoni insegnamenti.
Se si potesse disporre di un abate preparato che, oltre a occuparsi della gestione dell’abbazia, potesse anche occuparsi dell’insegnamento dei giovani monaci il problema sarebbe risolto.
Sollecita inoltre il cardinale a riordinare l’assetto dei chierici di questa chiesa che fino ad allora dovevano essere sottodiaconi e le cui prestazioni nella liturgia potrebbero benissimo essere assolte da due conversi soltanto.
A quell’epoca il servizio di assistere alla celebrazione delle messe era svolto da un misero  fanciullo senza istruzione, mal vestito, che faceva vedere le proprie nudità sotto i buchi delle vesti





Roma 23 agosto 1567[10]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

La signora mia madre con questo ordinario mi ha fatto intendere che V.S. illustrissima pochi dì prima aveva visitato la chiesa nostra parrocchiale di S. Alessandrino e che disegnava di sopprimerla e unirla a quella di S. Fermo[11] e dare la casa del prete parrocchiano, che unita alla casa ora delle Monache di S. Maria in Valle, con che poi si alzasse il muro del nostro giardino cinque o sei braccia. Di che mia madre mostra di sentire infinito dispiacere, perché a questo modo s’allontanerebbe la Parrocchia dalla casa nostra, e ella verrebbe a perdere quella comodità che ora tiene di poter andare alla chiesa con ogni libertà e senza alcuna servitù, o altro impedimento per essere la chiesa di S. Alessandrino in quella stretta solitaria , e vicina un passo alla porta nostra di dietro, la dove se bisognasse andare alla chiesa di S. Fermo oltre che è più lontana, sarebbe anche necessario di traversare la strada  principale, dove ci è sempre concorso di gente onorata, e di ogni altra sorte, e per conseguenza non vi si potrebbe andare, se non con molta cerimonia, e col riguardo che si conviene, il che tornerebbe a molto incomodo di tutti gli altri di casa nostra, ma molto maggiormente alla signora mia madre quale è d’età di 70 anni in circa, e patisce di molte infermità, e ha questa per una elle maggiori consolazioni che sente. E se ben io conosco che col dare la casetta del parrocchiano a quelle monache, e con alzare il muto del nostro giardino, si verrebbe a rovinare tutta la casa nostra, e a peggiorarla un terzo o un quarto almeno di quello che ora vale, il che importerebbe da 2.000 scudi in circa, non di meno, questo non mi preme tanto (ancorché forse ad altri premerebbe grandemente per essere quella casa il meglio dei beni paterni, che mi sono rimasti), quanto fa il rispetto di mia madre, quale essendo e vecchia e inferma, come ho detto, non pare che si potesse dar pace, se le fosse tolta questa comodità e consolazione spirituale. Pertanto io sono sforzato di supplicare v:s: illustrissima per l’antica servitù che le porto e per l’innata bontà sua resta servita di non innovare cosa alcuna in questa parte, e non voglia per un poco di comodità o soddisfazione che si portasse a quelle monache di S. Maria n Valle, dar oltre al danno che ne seguirebbe a tutta casa nostra, un infinito dispiacere e una perpetua di scontentezza alla povera mia madre, a cui dopo la perdita del marito, e l’assenza dei suoi figlioli è rimasta poco altra consolazione temporale o spirituale, se non questa. E perché spero che V.S. illustrissima si degnerà d’aver riguardo alla qualità di questo caso, e al dispiacere e danno, che si contenti di lasciar le cose nel termine dove ora sono, di che tutti noi gliene resteremo con obbligo d’eterna memoria, e io l’aggiungerò agli altri infiniti che le tengo.
E le bacio le mani e in grazia me le raccomando.
Di Roma 23 agosto 1567
Vi V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.



Il cardinale Carlo Borromeo aveva in progetto di sopprimere la parrocchia di S. Alessandrino e accorparla alla parrocchia di S. Fermo, rendendo così libera la casa parrocchiale che sarebbe stata inglobata dalla monache di S. Maria in Valle e che avrebbero alzato il muro di confine con il giardino di casa Bossi di cinque o sei braccia.
Questo avrebbe procurato notevole pregiudizio ad Angela de Pieni, settantenne, inferma, vedova del senatore Egidio Bossi e madre del vescovo Francesco che si recava nella Chiesa di S. Alessandrino ogni qualvolta ne sentisse il bisogno per avere conforto spirituale, in considerazione del fatto che era proprio a due passi dalla sua abitazione e non aveva alcun bisogno di essere accompagnata.
Diversamente, per recarsi alla Chiesa di S. Fermo, avrebbe dovuto attraversare la strada principale sempre molto trafficata e farsi scortare almeno da un accompagnatore e vestirsi in modo adeguato poiché la strada era molto più lunga.
Francesco Bossi supplica, pertanto, il cardinale di non portare a compimento il suo proposito anche perché l’innalzamento del muro di cinta avrebbe comportato un danno rilevante alla visibilità della casa di famiglia che si sarebbe deprezzata di almeno 2.000 scudi.
Oltre il danno dell’unico bene immobile che aveva ereditato dal padre[12], il vescovo Francesco Bossi lamenta il sommo dispiacere che sarebbe stato causato alla vecchia madre con l’unica contropartita di portare un poco più di comodità alle monache di S. Maria in Valle.





Roma 30 agosto 1567[13]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Mi è stato molto caro che a V.S. illustrissima sia piaciuto di liberare per ora i sei chierici di
S. Maria Maggiore dall’obbligo di farsi suddiaconi il che è parso ben ancora
a Sua Santità  e io attendo a far spedire il breve conforme alla mente di V.S.
illustrissima. La ringrazio senza fine a nome di tutto il Capitolo, e mio
dell’ordine dato per i quattro candelieri d’argento, nel che ha fatto a punto
come s’aspettava dalla grandezza e bontà d’animo di lei (cui mi
par bene di ricordare che essendo il signor Gio. Pietro Mandelli canonico
di S. Maria Maggiore) com’ella sa, e avendo poco pensiero (come
s’intende) di ritornare in questa città, e servire a questa chiesa, e
forse anche non avendo gli ordini sacri, né disegnando di prenderli,
sarebbe bene che V.S. illustrissima pigliasse sopra di ciò qualche provvisione, o con
fare, che si mettesse in sacris,  e venisse qua alla residenza, o che
rinunziasse il canonicato a qualche persona idonea, o come meglio a
lei paresse, che sebbene gli altri canonici, che servono, godono anche quello,
che a lui verrebbe per le distinzioni, non di meno la Chiesa ne patisce,
essendo massimamente il numero dei canonici così deboli, come è in fatti.
Poi che V.S. illustrissima scrive di voler fare ufficio col Generale di Valle Ombrosa,
sarò aspettando che ne segua qualche buon effetto, tanto più
che monsignor Ormaneto mi disse l’altro giorno d’aver ordini da lei, di farne
ufficio con monsignor illustrissimo Montepulciano. E ciò sarà tanto più a proposito
di presente, quanto che dopo ch’io scrissi a V.S. illustrissima di questo soggetto,
sono nati nuovi sospetti contro l’Abate, presso ai signori Riformatori, di
che farsi monsignor Ormaneto, gliene aveva dato scuse.
Con che le bacio umilissimamente le mani e me la raccomando in grazia.
Di Roma 30 agosto 1567
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi suggerisce al cardinale Carlo Borromeo di richiamare all’ordine Gio. Pietro Mandell, canonico di S. Maria Maggiore, che non è residente e non ha nemmeno intenzione di ritornare a Roma e tanto meno prendere gli ordini sacri. Sarebbe dunque opportuno convincerlo a rinunciare al canonicato in favore di persona più idonea.

Roma, 29 novembre 1567
Non visibile.



Roma 14 febbraio 1568[14]

Illustrissimo e reverendissimo signore o padrone mio colendissimo.

Questi giorni passati Nostro Signore[15] disse voler ch’io andassi a determinare alcune
differenze, che sono tra la città di Narni, e quella di Terni, per conto
dei confini, e io lo feci subito intendere a monsignor illustrissimo Alciati, e a
mons. Ormaneto, quali mi esortarono ad accettar l’impresa, e a
far l’obbedienza. Ma essendo poi stato alcuni giorni senza
intenderne altro, credevo la cosa fosse posta in silenzio, e l’altro ieri
mi fu presentato il breve, e credo che Sua Santità vorrà che io vada quanto
prima. Il che ho voluto far intendere a V.S. illustrissima, acciò parendole di
comandarmi alcuna cosa, sappi dove ch’io sia, e per qual causa.
Io non crederò di stare assente più di venti o venticinque giorni,
e in questo mezzo, secondo il parere di mons. Ormaneto, lascerò
la cura di S. Maria a mons. Cirillo, come fece anche mons. Buonuomo
quando partì di Roma gli anni passati. Ma se ella determinerà altrimenti,
non mancherò di eseguire quanto mi sarà comandato da V.S.
illustrissima, la quale supplico si degni tenermi nella memoria, e buona grazia
sua, e le bacio umilmente le mani.
Di Roma 14 febbraio 1568
Di V.S. illustrissima e  reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.

Francesco Bossi informa il cardinale Carlo Borromeo di aver ricevuto ordine da Pio V di portarsi a Narni per risolvere alcune questioni sui confini con Terni e perciò sarà assente da Roma per una ventina di giorni, delegando la cura di S. Maria Maggiore a mons. Cirillo.


Narni (Terni) 21 aprile 1568[16]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio osservandissimo.

La lettera di V.S. illustrissima del 25 del passato mi è recapitata assai tardi
e perciò lei non si meraviglierà se ancor tardi le faccio risposta.
Io mi ritrovo tuttavia in questi paesi fuori di Roma, e sebbene ho usato
ogni diligenza possibile per spedire le commissioni datemi da Sua Santità per
essere in Roma alla settimana santa, nondimeno la cosa non mi è
potuta riuscire, perché la causa è antica e intricata e le parti
hanno messo a questa volta ogni loro sforzo per ottenere la vittoria
e hanno prodotto tanti capitoli e interrogatori tanti testimoni e tante
scritture, che io non ci avessi atteso giorni e notti, la cosa sarebbe
ancora nei primi principi, la dove ora la cosa è ridotta a termine
che io spero di sbrigarmene assai presto. Sono poi successi molti
emergenti di importanza dei quali Nostro Signore mi ha dato nuove admissioni,
che hanno ritardato e ritardano il negozio principale e sebbene il tutto
si governa con infinita passione delle parti, pure tengo
qualche speranza di poter accomodare amorevolmente, ma l’impresa
è difficilissima e quando riuscisse, ….. da rendere molte grazie
alla Maestà di Dio per i molti scandali che possono verissimamente succedere
perseverando questa loro inimicizia, ma non …
eseguirà la giustizia, il corso della quale non intermetto punto
per il trattato dell’accordo. In questa commissione ho molti fastidi, ma
tra principali è il non poter essere a Roma, con servir V.S. illustrissima e la
Chiesa di S. Maria Maggiore, vi ho però mente ogni giorno, e intendo che
le cose sono passate e passano tuttavia assai bene, con gli uffici
ch’io non posso far in presenza, li faccio con lettere in altri modi.
Ora venendo al particolare che mi scrive V.S. illustrissima con la suddetta lettera
la ringrazio senza fine della memoria abbia tenuta di me, e di questo suo
ricordo, e comandamento che mi ha dato in casi di tanta importanza per
salute dell’anima mia,… perché io sono disposto di obbedire sempre V.S.
illustrissima n tutto quello che io …. che ella si degnerà comandarmi, e a ciò mi
sento anche obbligato per molti rispetti; non lascerò d’eseguire l’ordine
i lei ai suoi tempi che sebbene mi conosco in degnissimo d prendere altri
ordini maggiori voglio però sottomettere il mio parere al giudizio e comandamento
di V.S. illustrissima quale supplico per l’infinita bontà e pietà sua si degni
pregare il Signore Dio che avendo io a crescere in tanta dignità com’è la
sacerdotale andranno crescendo in meriti e doni spirituali, intanto che un
giorno possa arrivare all’altissimo grado della perfezione e non sia del
tutto indegno e inutile servo e ministro ecc. ecc.




Roma 26 giugno 1568[17]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Lunedì passato ritornai a Roma avendo prima spedita la causa dei confini per
giustizia poi che non fu possibile  mai determinarla per accordo, come fu desiderio
mio di continuo. Qua ho trovato che il servizio di S. Maria Maggiore
passa assai bene, e cos’ ha fatto in tutto il tempo della mia assenza, il che
avendo inteso per primo dalli miei di casa, e da altri, ai quali avevo dato
cura che ci avvertissero, e che mi avvisassero soventemente, come hanno fatto.
Ma giunto qua mi sono ancor meglio certificato, e mi sono un poco consolato
del dispiacere che sentivo d’essere stato tanto tempo assente da
questa Chiesa. Ho parimenti trovato la casa di S. Prassede assai bene
accomodata, perché si è levato l’Abate vecchio, con quel fraticello giovane,
e altri che vi stavano troppo bene, e ci è venuto un Abate
che per quanto intendo, e che sinora ho potuto conoscere, ha molte buone
parti, e sarà a proposito di questo luogo, e legge ogni giorni ai
monaci, e li tiene in regola. E questo è successo in gran parti per
opera di mons. illustrissimo Sirleto, quale in assenza del signor cardinale Montepulciano,
restò viceprotettore di questa religione, e io, avanti la mia partita
l’informai diligentemente delle cose come passavano, e dei bisogni, che vi
erano, né ci fu molta fatica a persuaderlo che volesse far opera di
rimediarci, come poi si è visto ancora dall’effetto, e io non ho anche
mancato di fargli ricordare quanto occorreva alla giornata. Basta
che le cose (per mio giudizio) sono molto bene accomodate, di che sia lodato
il Signore Iddio. Resta ora che io mi rallegri (come faccio umilmente) con V.S.
dei felici successi seguiti in Mantova per la gran bontà e prudenza di lei,
il che ha portato infinita soddisfazione a Sua Santità e a tutti i buoni di questa
corte. E perché credo che ella in quest’ora sarà ritornata a Milano mi
rallegro anche con la mia patria, che andrà tuttavia ricevendo frutti
maggiori dalla presenza di V.S. illustrissima alla quale per fin di questa
bacio umilmente le mani e me le raccomando in grazia.
Di Roma 26 giugno1568
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi.


Roma 17 luglio 1568[18]
Non visualizzabile.

Roma 7 agosto 1568[19]

Illustrissimo e reverendissimo signore  padrone mio colendissimo.

Ho avuto la lettera di V.S. illustrissima del 27 passato, nella quale con grandissimo
zelo dell’onor di Dio, e con infinita prudenza discorre circa
alla risoluzione di accettare il vescovato di Gravina[20], e sebbene io avevo
pensato a buona parte di quelle cose ch’ella ricorda, non di meno mi
duole senza fine che la suddetta lettera non mi sia venuta in tempo, perché
l’ebbi ieri solamente e lunedì passato Nostro Signore[21] m’elesse al suddetto vescovato,
quale io ho accettato per far l’ubbidienza, e per servire Dio nella
vocazione nella quale sono chiamato, tenendo ferma speranza, che
Sua Divina Maestà sia per aiutarmi, e darmi fortezza per resistere a tutti
i sinistri incontri, che possono occorrere, il che spero, che mi verrà maggiormente
fatto se V.S. illustrissima si degnerà soccorrermi spesso con le sue
orazioni , di che ne supplico con ogni affetto dell’animo mio, e insieme la
prego umilmente resti servita comandare quando le parrò ch’io
abbia a fare circa il governo della mia Chiesa, e al proceder mio in
quelle parti degnarsi insieme di farmi mandare copia dei buoni
santi ordini ch’ella ha fatto in codesta città circa alla Compagnia
della Misericordia, del Corpus Domini e altre erezioni e istituzioni
dei quali le parrà ch’io mi possa servire in qualche modo nella
mia Chiesa, che sebbene io non ho speranza alcuna di poter
giungere in alcun tempo a quei segni, dove ella di già è arrivato
desidero non di meno sopra modo d’andarla seguendo, se non
da presso come vorrei, almeno come potrò da lontananza.
E perché io attendo a prender gli ordini, che mi restano, e a
fare spedir le bolle per poter incamminarmi alla volta di
Gravina come sia rinfrescato e acconcio il tempo il tempo per simile
viaggio, il che dovrà essere verso il fine di quest’altro mese
al più tardi; ho voluto con la presente ricordarmi a V.S. illustrissima
ch’ella si degni provveder quanto prima di Vicario per la
Chiesa di S. Maria Maggiore, e sebbene voglio credere che
ella avrà già preso qualche risoluzione in questo caso
non lascerò però di dirle che fra tutti quelli che io conosco, non
credo che ce ne fosse alcuno più a proposito di mons. Frumenti
per le buone, e rare parti che in lui sono, quali ho molto meglio
conosciute quanto più l’ho praticato, e veramente mi pare soggetto
degno di qualsivoglia onorata e grande impresa, ma non so se
egli potesse attendere almeno nel modo che forse desidererebbe
V.S. illustrissima; questo lo dico bene ingenuamente come lo sento, che per
mio giudizio più gioverebbe mons. Frumenti al servizio di quella
Chiesa con l’andarvi da Roma due o tre volte la settimana, che
forse non farebbe un altro col star di continuo a S. Prassede.
Vi è poi mons. Cittadini, nel quale pare che V.S. illustrissima avesse
disegnato se io mi fermavo a Bologna, e che è tanto servitore
che può da lei meritare ogni grazia, Vi sono poi anche
mons. D’Adda, mons. Visconti e il signor Giulio Schiaffinati tutti
servitori  di V.S. illustrissima e che forse si contenterebbero di abitare
a S. Prassede, se così ella desiderasse che facessero, benché
di questo io non so dire cosa alcuna di certo, non avendo
parlato di questo luogo di Vicario con alcuno di essi,
né di cosa pertinente a simile materia, ma quest’ufficio
lo faccio da me stesso per ricordare a V.S. illustrissima quelli che
tra i molti servitori che tiene, sarebbero forse più idonei degli
altri a tale ufficio. Pure del tutto mi rimetto al prudentissimo
giudizio e alla santa mente di V.S. illustrissima. Alla quale
per fin di questa bacio umilmente la mano, e mi raccomando
in grazia.
Di Roma 7 agosto 1568
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco Bossi eletto di Gravina.


Francesco Bossi risponde alla lettera del cardinale Carlo Borromeo con la quale gli annuncia la sua elezione al vescovato di Gravina da parte di Pio V.




Gravina 14 agosto 1569[22]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Mons. Bonomo mi scrisse da Roma che V.S. illustrissima mi ha donato una
coperta da letto d’oro e d’argento e un orologio di molta bellezza
e valore, di che non voglio dire che io mi meravigli perché chi si può meravigliare
che ella usi liberalità verso gli antichi e obbligatissimi suoi servitori
specialmente che non siano più comodi che tanto ma di dire bene che
mi è stata carissima questa sua cortesia e amorevole dimostrazione verso
di me, non tanto per le cose stesse che mi ha donate (che pure si hanno
da stimare assai e mi sono venute molto a tempo) quanto che mi hanno
fatto certissimo testimonio della memoria che ella tiene di me, e della
mia buona volontà che tuttavia mi porta, della quale ho sempre fatto, e
faccio quella stima che si può maggiore. Iddio che è largo rimuneratore
di tutte le buone opere, e che con la sua infinita provvidenza
non abbandona chi confida in lui, e che mi ha sempre soccorso
ei miei bisogni, renda a V.S. illustrissima il merito di questa carità, che
mi ha usata, quale io procurerò che torni non tanto a beneficio
mio, quanto di altri che ne abbiano più bisogno e necessità di
me. In questa città non ci era memoria che mai fosse fatto alcun
sinodo; e ho pubblicato il mio a questi giorni, e l’ho posto in volgare,
acciò si intenda da tutti, e ognuno ne possa cavar qualche frutto,
essendo poche persone in questa città, o chierici, o laici, che intendano
latino, e ho procurato di inserire dentro con un poco di destrezza
tutte le bolle che Sua Santità ha ordinato che si abbiano a pubblicare, poiché
in questo regno ci è ordine espresso che non si possa pubblicare alcuna bolla
senza l’assenso regio; vi ho posto ancora tutti i decreti del concilio di
Trento, che mi sono parsi a proposito per giovare ai chierici, e agli altri
con quell’ordine che si è potuto migliore, e con brevi parole. Ma quanto
abbia fatto non so, questo posso ben dire, che io visto non solo tutto il
concilio di Trento, ma anche molti altri concili generali, e la maggior parte dei
concili provinciali antichi e moderni, e diocesani, ancora comandandone
quelle cose che mi sono parse espedienti, per beneficio di questa
città, insegnando non meno come si abbiano a governare i preti
e specialmente quelli che amministrano i santissimi sacramenti che correggendo
gli abusi e gli errori loro o di altri, ma di niuna cosa mi son servito
di più che i sinodi e istruzioni di V.S. illustrissima. Onde se alcuna
cosa non succederà bene da lei principalmente si avrà da riconoscere
nella quale come in un chiarissimo specchio tengo sempre fissi gli occhi della mente
e procurerò di imitarla in alcuna cosa, e seguirla di lontano al meglio
che posso poiché mi è tolto di andarle appresso, non per debolezza della
volontà mia, ma per la grandezza delle virtù di lei, piaccia al Signore
Iddio di concedermi grazia che non sia del tutto inutile ministro
di sua divina Maestà, né indegno servitore di V.S. illustrissima alla
quale bacio umilmente la mano, e me le raccomando in grazia.
Di Gravina 14 agosto 1569
Umilissimo e obbligatissimo
Servitore Francesco vescovo di Gravina.




Roma 28 agosto 1568[23]

Illustrissimo e reverendissimo signore a padrone mio colendissimo.

L’altro giorno morì Gio. Battista Giovannelli uno dei beneficiati di S. Maria
Maggiore, quale era di quelli che ne servivano la chiesa, né volevano
lasciare il beneficiato, e malamente si poteva anche costringere
a fare, perché era prete, e non aveva altro da vivere. Io ho
fatto intendere la sua morte a mons. illustrissimo S. Sisto, e procurerò
insieme con V.S. illustrissima di trovare qualche buon prete, che possa,
sappia e voglia servire la chiesa come conviene, il che non è
molto facile di trovare, perché il servizio è grande, e questo
beneficiato ha da 14 ducati di pensione, pure non mancherò
dal canto mio di fare ogni opera per provvedere al servizio della
chiesa nel miglior modo, che sarà possibile.
Il giorno della gloriosissima Assunzione di Nostra Signora dissi la mia prima messa
E mi sovviene che V.S. illustrissima disse che anch’ella la sua prima in tal
Giorno. Or piaccia al Signore Dio, che siccome l’ho imitata in questo,
così possa anche andarle appresso alla bontà, e santità della
vita, e nel buon governo della mia chiesa. Questa mattina
mi sono consacrato per mano di mons. illustrissimo di Augusta, e
conoscendo ognora più quanto siano accresciuti in me gli
obblighi di servir il Signore Dio, resto per una parte tutto timoroso, e
confuso, e dall’altra prendo speranza che la divina misericordia
sia per aiutarmi, e per accrescere tuttavia in me, non solo i buoni
desideri, ma anche le forse di servirlo, tal che io non sia del tutto inutile
servo di così gran signore, e benefattor mio. Nel che si come io conosco
il grande aiuto, che mi può venire dalla mano di V.S. illustrissima, così
non voglio lasciare di supplicarla di nuovo, che voglia degnarsi
soccorrermi con le sue orazioni, e con i ricordi, e comandamenti
che le parranno per me necessari, e inoltre resti servita di comandare
ad alcuni dei suoi che voglia mandarmi copia, tanto del
sinodo, che ha ultimamente fatto, come di tutte le altre ordinazioni,
istituzioni e scritture delle quali le parrà che io ne possa in tutto
o in parte valere per servizio della mia chiesa, che io
aggiungerò questo agli altri obblighi infiniti, che con lei tengo,  né lo
terrò per uno dei minori, poiché non so d’aver avuto mai maggior
desiderio di quello, che ho al presente di servire il Signore Dio da devoto,
e governare bene la mia chiesa. Con che bacio umilmente le mani di V.S. illustrissima
e me le raccomando in grazia.
Di Roma 28 agosto 1568
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore il vescovo di Gravina.



Gravina 17 dicembre 1569[24]

Illustrissimo e reverendissimo signore mio colendissimo.

Avendo inteso la nuova dell’archibugio sparato contro di V.S. illustrissima non mi sono
troppo meravigliato, sebbene par cosa degna di meraviglia, e di stupore, che si sia
trovata persona di tanta malvagità, e ardire, che abbia pensato di offenderla
in sì fatta maniera perché so che il demonio per sé stesso, e col mezzo dei seguaci
suoi,  tende continuamente insidie, e all’anima, e al corpo dei pari di V.S. illustrissima
per levare il bene che da loro nasce in stessi, e negli altri, ma ben mi sono allegrato
senza fine, che il Signore Iddio l’abbia custodita, e servato a questo tempo,
come già fece il predecessore S. Ambrogio dalle insidie, e dalla forza
della Regina Giustina, è questo mi pare che sia stato un sigillo delle azioni
di V.S. illustrissima specialmente sapendosi come ella si sia governata, in qual punto,
e di più il che può servire per esempio a male (?) altri, seppure vi è chi basti
a imitar la perfezione a cui ella è giunta. Mi allegro poi anche con la
patria nostra che più lungamente potrà godere il frutto che le viene dalle
rare qualità, e singolari di V.S. illustrissima. Io non so che far altro, se non pregare
il Signore Dio che la conservi lungamente a beneficio di quel popolo e della
cristianità tutta, e particolarmente dei vescovi, quali i lei come in
chiarissimo specchio possono aver certa forma, e modo, di ben governare se
stessi, e suoi greggi, e a V.S. illustrissima umilmente bacio la mano, e nella sua
buona grazia mi raccomando.
Di Gravina il 17 dicembre 1569
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.

Francesco Bossi scrive al cardinale Carlo Borromeo congratulandosi per essere scampato all’attentato ordino contro di lui che fu fatto segno di un’archibugiata.



Gravina 1570[25]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Questi mesi passati quando intesi il caso occorso al tempo che V.S. illustrissima voleva far la
Visita della chiesa di S. Maria della Scala presi grandissimo dispiacere, che si
Trovassero persone nella patria di Milano che avessero ardire di opporsi violentemente
A V.S. illustrissima, e alle buone e sane azioni sue, ma questi giorni mi è stato scritto
da alcuni parenti, e amici miei, che per principale di quest’eccesso sono nominati
due figlioli di messer Gio. Ambrogio Bossi il canonico e un altro. Il che ha cresciuto
in gran maniera il mio dispiacere, considerando che persone della mia
famiglia a lei tanto obbligata per tanti rispetti, non solo siano concorsi con gli
altri, a non di che dire, ma anche siano notati come principali al contrasto, e alla
violenza che le fu fatta, e che persone e quello che le servono nella corte archiepiscopale,
e che sono obbligate per ogni rispetto a servirla particolarmente
in ogni cosa, , ma quando poi vada pensando che la cosa è fatta, e che V.S. illustrissima
ha in sua mano di poterli severamente castigare, come meritano, e come a lei
piace, e che essi si sono  …. Dell’errore loro, e ne sono sopra modo pentiti, e
dolenti, mi avvedo chiaramente che tutto ciò è successo per divina disposizione,
acciò il signor Osio ne resti più lontano, e V.S. illustrissima più stimata e riverita; e i malvagi
e cattivi più confusi e abbattuti, e che in un medesimo tempo, ella abbia larga
occasione d’esercitare non solo la giustizia, ma anche la misericordia tanto
propria del principe, del Prelato e di lei stesso e di ridare a buone e e sicura
vita, chi camminava  … fuori del dritto sentiero, Dalle quali cose
mosso, e anche spenti dalli giusti prieghi, e anche dalle lacrime di molti miei parenti
e amici, e particolarmente dal quel povero vecchio di messer Gio. Ambrogio, carico di
anni,  e gravato di molti figlioli, e da alcune femmine da marito, vengo
a supplicar V.S. illustrissima con ogni sorte d’umiltà e efficacia, che per la misericordia
di Gesù Cristo signor nostro, resti servita di restituire queste pecorelle al suo gregge,
il canonico alla sua chiesa, e i figlioli la padre; e insieme si degni provvedere che una
famiglia tutta, che non ha però tutta peccato in questo, non resti rovinata, per le leggerezza
 di due giovani sedotti (come intendo) da chi credevansi che bene, e prudentemente
li consigliasse; ma quello che anche più importa V.S. illustrissima  …,
che veramente cristiano atto di perdonare a questi giovani, non solo di restituire l’onore,
e la roba, ma anche rimediare con perdano l’anima, anzi le torrà dalle mani
del lupo infernale,  e le ritornerà al nostro vero Signore perché questa tribolazione
gli ha pur illustrato un poco l’intelletto, che era offuscato  .. ch era corrotta
e ora chiamano misericordia, prefatati ad ogni  … degli errori passati; però
si può dire che siano appunto quelli dei quali oggi ragiona il Salvatore nell’evangelio
che gridavano Pater peccavimus, in cclum, , et costante non sumus dignus
vocati filii tui. Onde è ben ragione che V.S. illustrissima che abbonda di tante benignità
e che ha tanto zelo della salute delle anime, come pietoso padre li abbracci
con misericordia acciò si possa anche in loro notificare ….. Il che tornerà anche a infinita
consolazione e maggior gloria di V.S. illustrissima. E io per i soliti rispetti, e altri ancora
l’avrò a tanta grazia, che maggiore non ne potrei ricevere in persona mia propria, e
gliene resterò con obbligo d’eterna memoria. E con questo fine a V.S. illustrissima
bacio umilmente la mano e me le raccomando in grazia.
Di Gravina febbraio 1570
Di V.S. illustrissima e reverendissima
Umilissimo e obbligatissimo
Servitore Francesco vescovo di Gravina.



Gravina 3 gennaio 1571[26]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Venerdì che fu allì 29 del passato l’illustrissima signora donna Virginia
Duchessa qua di Gravina, partorì una figliola che ebbe il battesimo
e morì subito. E la signora donna Virginia per due o tre giorni seguenti
stette assai male, e poi incominciò a patir dei dolori, or poco, or molto
ma l’ultimo giorno dell’anno pareva che si sentisse meglio, e non si
temendo punto di quel successe, la notte s’aggravò molto forte, e
io intendendo il pericolo in che si trovava, andai subito a lei e la
confessai, e comunicai di mia mano, e le feci dar l’estrema unzione
e le raccomandai l’anima, e come piacque al Signor Dio, nel far del
giorno, passò dalla presente vita, con una quiete incredibile, mostrando
in tutto quel tempo, che le fui appresso, tanto dolore delle offese fatte
a Dio, e tanta rassegnazione nel volere di Sia Divina Maestà che io ne restai
sommamente edificato; e non si vide segno alcuno, che le dispiacesse
il morire, né di lasciare cosa di questo mondo, con tutto, che si temesse fermamente
per morta; e avendo chiamato il signor duca poco prima, che
chiudesse gli occhi, non gli parlò punto di cose della carne, ma lo
esortò con gran spirito e gran prudenza a vivere bene, e nel timore di
Dio, e a governare i suoi vassalli con carità, e amore, e le ultime
parole, che disse, furono queste. In manu tua Domine commenso spiritum
meum, di modo che mi pare di poter ragionevolmente sperare che sia andata
in luogo di salute, di che mi è parso di darne minuto avviso a V.S. illustrissima per
debito mio, e anche persuadendomi, che ella sia per averne consolazione
particolare, per l’affezione che le portava e per l’osservanza che questa
signora teneva verso V.S. illustrissima, di io ne sono appieno informato; e ne
le posso render sicuro testimonio e ella lo conoscerà molto bene, dalla
memoria che ha tenuta di lei nel suo testamento, come ne l’informerà
meglio mons. Bonomo a cui ne scrivo più a lungo. E a V.S. illustrissima bacio
umilmente la mano e me le raccomando in grazia.
Di Gravina 3 gennaio 1571
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.


CAPITOLO D’UNA LETTERA DI MONS. VESCOVO DI GRAVINA A MONS. BONOMO

8 marzo 1571[27]

Ringrazio V.S. del pensiero che ha tenuto per conto di quei terzaroli, e poiché mons. ill.mo
… nostro disegna, come ella scrisse, di mandarmi una patente da poterli visitare,
correggere, e castigare, crederei, che fosse molto a proposito, che il medesimo facesse
di tutti i frati di S. Francesco che stanno in questa città, dove ci sono due monasteri uno dei
Conventuali, e l’altro degli Ossservanti, e quello dei Conventuali ha gran bisogno di essere
riformato, perché non solo non si serva in esso cosa alcuna di quello che ha stabilito S.S.
per riforma dei Conventuali, ma anche molti di loro vivono con poca edificazione per non
dire con molto scandalo del popolo, e sebbene qua vengono talvolta dei Comm.ci ai quali
io ho ancor fatto intendere, quanto mi è parso di bisogno, non vedo però che vi facessero
provvisione alcuna, ma le cose si lasciano nel modo, che si trovano. Il convento degli Osservanti
è molto meglio governato, e non ha così bisogno di visita, ma per tenerli meglio in
freno, non potrebbe se non giovare, che ancor essi fossero compresi in quella patente.
Ma i Conventuali per mio giudizio ne hanno gran bisogno, e io lo desidererei per beneficio
loro, e di questa città sicché se me la potrà mandare, come le scrivo, credo sarà
bene, e io lo avrò caro.
Del medesimo adì 20 di marzo.

La signora donna Virginia fece il suo testamento chiuso all’usanza di questi paesi e ordinò che
on si aprisse salvo che ad istanza del signor duca suo padre il notaio è di Bari. Io farò
opera per vedere se vorrà dar copia del legato, e a che presto o poi ne avviserò V.S.
Il signor duca di Gravina[28] ebbe la dote e ora pretende gli interessi d’una parte, che
è cosa, e altre cose anche pretende sopra le quali ne è lite in Napoli, e ritiene in mano
le gioie, e altri monili della signora donna Virginia[29] che possono valere 30 mila ducati
in circa, ma gli agenti del signor duca d’Urbino[30] pensano di riaverle presto con dar sicurtà
di star a ragione e di più dicono, che non vale il testamento fatto dalla signora donna
Virginia perché era in podestà del padre, in modo che io non credo, che il duca di
Urbino sia per dar notizia di quel legato al cardinale (?) nemmeno per pagarlo così facilmente
ma io credo, che il duca di Gravina aprire il testamento per via di giustizia
e in quel caso io procurerò di averne copia semplice per mandarla al cardinale.


LETTERA DEL CARDINALE CARLO BORROMEO A FRANCESCO BOSSI

Milano 25 aprile 1571[31]

In latino. Poco leggibile.


LETERA DEL VESCOVO DI GRAVINA A NON DICHIARATO[32]

10 giugno 1571[33]

Questi giorni passati il signor duca di Gravina fece istanza perché si aprisse il testamento
della signora donna Virginia di felice memoria, e facendone difficoltà il notaio ch ne è rogato
per la proibizione che quella signora fece mettere al testamento a tergo, che non si potesse
aprire salvo che ad istanza del signore duca di Urbino, o di suo procuratore, il signor duca
di Gravina ebbe ricorso a Napoli per ottenere la suddetta apertura ma poi si è
fermato senza vedere il fine, credo per essere ben chiarito, che nel testamento non
vi è cosa a favore suo. Io aspettavo che s’aprisse il testamento con l’animo di levar
subito una copia autentica del legato fatto dalla signora donna Virginia al cardinal protonotaro,
ma avendo visto che la cosa non si è formata, come ho detto, ho cercato di avere
la suddetta copia per altra via, ma non mi è stato ordine. Il notaro non è per
darla se non istanza del duca di Urbino, o dei suoi procuratori e se non gli
viene comandato di ragione, come credo che si potrà ottenere facilmente ad istanza
del cardinale nostro, o di altro vi pretende interesse, poiché il duca di Urbino non
è per far istanza giammai che sia aperto, anzi pretende, che il testamento non valga
come fatto da una figliola senza licenza del padre. Scrivevo poi
a V.S. illustrissima con un’altra mia, che il duca di Gravina non ha mai avuto la dote della
signora donna Virginia né in tutto, né in parte, onde ora pretende l’interesse d’alcuni ….
decorsi vivendo la suddetta signora; di più domanda 2 mila ducati, che mandò alla moglie
prima che la sposasse, e una quantità di gioie che le aveva dato, e inoltre domanda
il casale di Roma, che la signora donna Virginia gli lasciò prima che morisse, o almeno
di essere assicurato al presente di poter conseguire il prezzo di esso casale dal duca
di Urbino ogni volta che il casale si pendesse con quelli che ora possiedono, allegando
tale essere stata la volontà della signora donna Virginia che non si potendo
recuperare il casale, il signor duca d’Urbino pagasse il prezzo equivalente
al signor duca di Gravina, qual duca di Gravina per sicurezza delle suddette
pretensioni ha ottenute tutte le gioie, e quasi tutta la guardaroba della
signora donna Virginia in deposito dai giudici di Napoli, dove ora si trova il
duca di Gravina, e litiga gagliardamente col duca d’Urbino.



LETTERA DI MARCO ANTONIO BOSSI AL CARDINALE CARLO BORROMEO

Milano 7 luglio 1571[34]

Illustrissimo e reverendissimo signore.

Supplico umilmente V.S. illustrissima se questo può essere per servizio


d’Iddio, e suo, sia servita ottenere la Nostro Signore la chiesa
d’Alessandria, per mons. mio fratello, in cambio di quella
di Gravina, specialmente perché intendo essere nato alcun
disparere tra il Duca di quella città, e detto monsignore
e se io con tutta la casa nostra non potremo con
altro mostrare l’obbligo infinito che avremo a V.S.
illustrissima almeno N.S. Iddio gliene sarà largo rimuneratore
con che a V.S. illustrissima bacio riverentemente le mani.
Di Milano 7 luglio 1571
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e devotissimo servitore
Marco Antonio Bossi.


Marco Antonio Bossi supplica il cardinale Carlo Borromeo di ottenere da Pio V la sostituzione del vescovato di Gravina con quello di Alessandria per suo fratello Francesco, che ha avuto dei contrasti con Ferdinando Orsini, duca di Gravina.


LETTERA DI MONS. VESCOVI DI GRAVINA A NON DICHIARATO

28 agosto 1571[35]

Circa il testamento della signora donna Virginia io vedrò di avere qualche informazione se sarà possibile di di quanto desidera mons. ill.mo Padrone (?), benché qua non vi è alcuno che mi possa dar ragguaglio di particolari di questa signora, cioè s’avesse beni avventizi, o altri, dei quali potesse testare senza licenza del padre. Credo bene che le gioie e altri mobili essa gli avesse per la maggior parte da altri, che dal padre. Il casale di Roma ella l’ha lasciato al duca di Gravina, e l’equivalente caso, che si perdesse, ella aveva ancora per quanto intesi altre volte da tre o quattro mila scudi di capitale qua in Calavria (sic) nel stato del principe di Bissignano, credo dati a censo alla comunità di Galatina. Teneva anche in Roma una casa, e certo entrato credo soprammonti di 20 scudi al mese in circa; ma come ella li abbia avuti non so, né saprei anche come poterne informare qua, poiché non vi è alcuno dei suoi come che ho detto di sopra,  … meglio potrebbe sapere V.S. potrebbe sapere queste cose costì. Io attenderò  di informarmi delle costituzioni di questo regno, ma per ora posso dirle che l’istrumento tra i signori duca di Urbino e di Gravina furono fatti in Urbino e per quanto ho inteso alcune volte non vi è, che il duca di Urbino sia obbligato alle costituzioni del regno, ma quanto si chiarirà meglio in Napoli nella lite, che è tra l’un duca e l’altro, della quale vedrò di infomarmene al ritorno del duca di Gravina, che ora è in Napoli, e a mezzo il mese che viene s’aspetta qua.

Gravina 6 ottobre 1571[36]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Messer Gio. Paolo Tanzi milanese, che abita in Barzio, dove ha molte faccende
e che è tutto da bene per quello che io l’ho conosciuto, e che ne ho inteso
da altri. Ora ritorna per sue faccende alla patria, dove facilmente
potrebbe aver bisogno del favore di V.S. illustrissima onde io glielo
raccomando con la debita umiltà quanto posso; e la supplico resti
servita di riceverlo in grazia, e di favorirlo secondo l’occasione
che l’opera sarà collocata in persona meritevole, per la molta
bontà sua. E io lo riceverò a favore particolare da V.S. illustrissima
alla quale bacio umilmente la mano, e me le raccomando in grazia, pregandola dal Signore Iddio lunga e vera felicità.
Di Gravina 6 ottobre 1571
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.


Francesco Bossi raccomanda al cardinale Carlo Borromeo certo Gio. Paolo Tanzi di Barzio (Lecco) che, dopo aver girato l’Italia per suoi affari, ritorna a Milano.





Napoli 26 ottobre 1571[37]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo

L’anno passato venne qua Ottavio mio nipote, del qual ne ebbi buona
relazione da molti, e principalmente da V.S. illustrissima che anche
si degnò di raccomandarmelo con sue lettere, e certo che mi è riuscito
come era dipinto, buon figliolo, di natura quieta, e inclinato
al bene. Ma perché qua non vi è comodità di attendere agli studi
specialmente di legge, né vi sono anche pratiche buone,
e per altri degni rispetti, mi sono risoluto di rimandarlo
a casa, dove mi persuado, che possa spendere il tempo più utilmente
che qua no farebbe; e così se ne torna ora a Milano, e io
lo raccomando con ogni umiltà, e efficacia a V.S. illustrissima acciò resti
servita di riceverlo nella grazia sua, e con occasione di qualche
beneficio (se pure a lei parrà che ne sia meritevole)
legarlo alla vita ecclesiastica alla quale mi pare assai acesmodato e
disposto. Il che avrei io fatto qua a Gravina, ma oltre che in
questa città non vi sono benefici per forestieri, io avrei
sempre per sospetto ogni risoluzione, che facessi per simile
conto, di persona tanto a me congiunta di sangue, come è Ottavio,
ma solo mi basta il porre la cosa in considerazione a V.S. illustrissima,
ella farà poi quanto potrà alla sua molta prudenza, che non
lascerà che si possa ingannare, e io terrò per bene tutto
quello che seguirà, e lo riceverò a favore da V.S. illustrissima, quale
supplico mi perdoni, se prendo troppo ardire e confidenza nella
sua benignità e cortesia. E le bacio umilmente la mano e
me le raccomando in grazia.
Di Napoli il dì 26 ottobre 1571
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.


Il 26 ottobre 1571 Francesco Bossi si trovava a Napoli dove, fin dall’anno precedente, era stato raggiunto dal nipote Ottavio. Tuttavia, poiché in quella città non vi era la possibilità di seguire buoni corsi di legge, pensò bene di rimandarlo a Milano e metterlo sotto la protezione del cardinale Carlo Borromeo poiché manifestava segni di voler abbracciare la carriera ecclesiastica.



Gravina 27 maggio 1572[38]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone colendissimo.

Mi allegro infinitamente con V.S. illustrissima che si trovi costì, con buona salute e
anche della creazione di una così buono e Santo Pontefice[39], quale a
punto si desiderava, per beneficio di tutta la cristianità, di che
ne sia sempre lodato il Signore Dio, che non manca dell’aiuto, e
successo suo, a tempi, che bisogna. Io sarei venuto volentieri costì
di presente, e per baciare i santi piedi a Sua beatitudine e per fare riverenza
a V.S. illustrissima e anche per avere consiglio e aiuto in alcune
cose, pertinenti al servizio di questa mia chiesa, ma oltre alla
stagione pericolosa per si fatta mutazione d’aria, non mi è
parso d’abbandonare, per ora, la residenza della mia chiesa, dove,
sebbene faccio poco, rispetto a quello che sono tenuto, e che altri di
maggior valore, che io non sono, forse farebbe, procura però di far
sempre qualche cosa, a beneficio di questo mio gregge, e di non
perdere il tempo affatto, onde ho pensato di restarmene di
presente, persuadendomi che V.S. illustrissima per benignità sua debba
non solo accettare questa mia scusa, e tener per bene, che io
abbia mancato con lei, per non mancar alla mia chiesa, ma che
anche debba supplire a mio nome con Sua Santità secondo che le parrà
più a proposito, ricordandole insieme (se così le parrà bene) la
povertà di questa mia chiesa, che invero è maggiore di quello, che
altri si basti ad immaginare, acciò …. darmi qualche modo,
e possa soccorrere altri nei bisogni e necessità loro, che qua
serve grandissimamente e mantenermi a questa residenza, senza danno di
casa mia, come ora mi conviene fare, ma di questo e d’ogni
altra cosa, mi rimetto alla infallibile prudenza, e santa mente di
V.S. illustrissima quale supplico sopra d’ogni altra cosa, resti servita farmi
grazia, di pregare alcuna volta il Signore Dio per me, che mi doni
sapere e forza di ben governare questa mia chiesa, e di far in
tutte le cose la sua santissima volontà, e i perdoni V.S. illustrissima
troppa sicurtà che prendo con lei, e le bacio umilissimamente
la mano e me le raccomando in grazia.
Di Gravina 27 maggio 1572
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.

Il vescovo di Gravina Francesco Bossi scrive al cardinale Carlo Borromeo di esternare al nuovo pontefice Gregorio XIII le sue congratulazione per l’elezione al soglio pontificio e si rammarica di non poter essere a Roma per presentargliele di persona.
Si rammarica con il cardinale della povertà della diocesi di Gravina che avrebbe molte necessità da soddisfare e si lamenta di dover intaccare persino i beni della sua famiglia per sopperire al suo sostentamento. Tuttavia invoca dal Signore, col mezzo delle preghiere del cardinale, il dono di poter servire bene la sua diocesi.




Gravina 16 giugno 1572[40]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Il signor duca di Gravina (come credo che sappia V.S. illustrissima) ha preso per
moglie una figliola del signor principe di Venosa, e giovedì
passato andò a Venosa a sposarla, dove io gli feci compagnia, e tanto
più volentieri per poter con quell’occasione visitare, come feci, la
signora donna Gerolama[41], che sapevo dover essere a quelle nozze
ma ben mi è incresciuto grandemente che ne l’ho trovata un poco indisposta,
perché le sono uscite le varole, e quel che è peggio, ci è anche dispersa
di un figliolo maschio, ma la partir mio di là, che fu l’altro ieri,
la lasciai senza febbre, e quasi libera d’ogni male; e il medico
diceva, che fra due o tre giorni sarebbe uscita di letto, del tutto risanata
e di più ho trovato, che tanto la signora donna Gerolama, quanto il signore
don Fabrizio[42] suo marito, sono del tutto volti alla lezione di libri spirituali
e della scrittura sacra, e in questo consumano la maggior parte del
tempo, e pongono ogni loro piacere; e io non ho mancato per quello
che ho saputo, di confermarsi in così buon proposito, e insieme esortarli
a por in pratica quello che leggono e a camminare per i mezzi …
nella via spirituale, frequentando soprattutto i sacramenti della
confessione e della santa comunione. E che hanno detto di voler fare, e
certo, che io ho sentito molta consolazione, a vedere, e intendere l’affezione
che si portano l’un l’altro, e il buon desiderio, che tengono di servire
Dio da dovere, di che mi è parso esser di gran debito mio avvisare V.S. illustrissima
persuadendomi che ella debba sentirne soddisfazione, e anche acciò
parendole possa con l’autorità sua animarli maggiormente a servire
Dio, e alla frequentazione dei suddetti sacramenti, dalla quale
fatta con i debiti modi, ne segue poi ogni bene, pure del tutto mi
rimetto alla prudenza di V.S. illustrissima supplicandola si degni di ..
mandarmi talvolta alcuna cosa, sapendo, che io niun altra cosa
più desidero, che di servirla; alla quale bacio umilmente la
mano e me la raccomando in grazia.
Di Gravina 16 giugno 1572
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.


Francesco Bossi informa il cardinale Carlo Borromeo di essersi portato a Venosa dove il figlio di don Fabrizio, duca di Gravina, aveva sposato la figlia del principe di Venosa. Gli parla della buona disposizione d’animo dei duchi di Gravina e della loro devozione alla pratiche religiose.

LETTERA DI GIO. AMBROGIO BOSSI A PERSONA NON DICHIARATA

1572[43]

Molto reverendo monsignore supplico a V.S. essere servita ….
…. si voglia degnare firmare di sua mano la supplica per
l’assoluzione ab irregularitati per prete Francesco Bernardino Bossi canonico
della Scala mio figliolo al quale S.S. ill.ma ha fatto grazia esso canonicato
con la … V.S. ill.ma sa, e lo farà per l’amor di Dio
e per mia consolazione che sono vecchio, povero,  gravato di
figlioli e putte da marito, avendomi misericordia, …. che
esso sia restituito nel grembo di Santa Chiesa, come è tenuto e possiamo
soddisfare alla ….nella quale è condannato, e …
io non resti in tutta desolazione, perché non essendo restituito alla
partecipazione dei frutti io non so come potrò soddisfare a essa prova
se non con la totale mia rovina, che sarà causa di far ….
una mia figliola di anni 20 siche monsignor mio quella farà
questa opera di carità che Nostro Signore le sarà vero retribuitore
e così confido in V.S. reverendissima mi debba aiutare atteso anche che esso
prete Francesco Bernardino è mortificato che …… V.S. illustrissima ne resterà
con soddisfazione.
Servitore
Gio. Ambrogio Bossi



Gravina 27 settembre 1573[44]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Mi dorrei della morte della signora donna Gerolama, che sia in gloria, con V.S. illustrissima se non
sapessi che ella, è talmente rassegnata ne volere di Dio, che niuna cosa può turbare
la pace, e tranquillità dell’animo suo, oltre che la signora Gerolama
è vissuta sì bene di continuo, e sì bene ha finito questo suo corso naturale, che
si può ragionevolmente sperare ch ora si goda in cielo l’eterna e vera felicità.
Nemmeno voglio dolermi dei travagli in che si trova V.S. illustrissima per conto
della sua chiesa, ma piuttosto mi vo rallegrare con lei che a questi tempi
infelici difende con tutto zelo e valore la giurisdizione e libertà ecclesiastica. Il che
accresce in gran maniera animo e fortezza agli altri prelati ancora, e giova
sommamente al buon governo di tutte le altre chiese, ma bene è dolersi senza
fine, che avendo altre volte un imperatore potentissimo vittorioso obbedito
prontamente al comandamento d’un arcivescovo di Milano, e accettava volentieri
la penitenza pubblica da lui impostagli, ora i ministri regi di
Milano così arditamente si oppongano ad un altro arcivescovo, che con paterne
monizioni per vera pietà e debito dell’ufficio suo, procura il mantenimento
della libertà ecclesiastica e la salute dell’anima loro. Ma questa causa possa
da V.S. illustrissima per l’onor di Dio, e beneficio della sua santa chiesa, spero la
governerà esso Iddio, e la condurrà a buona fine, con frutto di cotesta chiesa
e della cristianità tutta, che così le piaccia di fare, e a me doni grazia di
poter almeno da lontano seguir in alcuna parte le onorate e veramente cristiane
azioni di V.S. illustrissima poiché  di continuo me le pongo innanzi agli occhi per
imitarle come posso il meglio. Al che la supplico resti servita d’aiutarmi talvolta
con l’orazione sua santa, che ancor io (quale che io sono), non lascio di ricordarmi
di lei nei miei sacrifici di continuo, e a V.S. illustrissima bacio umilmente la mano,
e me la raccomando in grazia.
Di Gravina 27 settembre 1573
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Gravina.
Francesco Bossi annuncia al cardinale Carlo Borromeo la morte della duchessa di Gravina che si è spenta serenamente nella pace del Signore.
Si rammarica con il porporato per le sue disavventure con le autorità civili di Milano che, anziché aiutarlo, lo contrastano nel suo operato a favore del bene spirituale del suo gregge.



Gravina 20 aprile 1574[45]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Da Ottavio mio nipote ho ricevuto la lettera di V.S. illustrissima che mi ha portato
grandissima consolazione, vedendo la memoria che tuttavia si degna tenere
di me, specialmente nelle sue orazioni e sacrifici, di che niuna cosa potrei
sentir giammai, che più cara mi fosse, e la supplicherei a continuare nel
medesimo per l’avvenire, se non mi paresse di fare in ciò grave ingiuria alla
grandezza e bontà d’animo di V.S. illustrissima ma le dirò questo solo, che
siccome non stimo persona di questo mondo più di lei, così di niuna
cosa più godo, che di vedermi in buona grazia sua, e di essere aiutato dalle
sue orazioni, specialmente a questo tempo, che mi pare di aver maggior
bisogno del solito, poiché io mi vedo essere chiamato a più importante
e maggior governo d’anime, che non ho tenuto sinora, scrivendomi
mons. illustrissimo di Perugia, di volermi dare la sua chiesa, anzi di averla
già fatta preconizzare (?), senza che io ne abbia saputo cosa alcuna,
o che pure mi fossi potuto ciò immaginare, che per avventura ne avrei
fatto qualche difficoltà, non perché io non conosca quanto gran
vantaggio sia della chiesa di Perugia sia questa di Gravina,
specialmente essendo quella nello Stato della Chiesa, dove spero si potrà fare
la giustizia senza impedimento alcuno, ma io avessi messo in considerazione
a quel signore la debolezza della mia spalla a sì gran peso,
e l’amore che mi portano queste genti, e obbedienza, che mi mostrano
che certo le par ora di essere perduti affatto, avendo io a lasciarli, il che
accresce in gran maniera il dispiacere che da me stesso sentivo per tal
conto, ma essendo passata la cosa tanto oltre, senza saputa mia, come ho detto,
non vedo di poter far altro, che obbedire, e ricorrere a Dio, che si degni
di condor questo negozio a quel fine, che sia più spediente, e a me doni
forza di ben governarmi in ogni luogo, e di far in tutte le cose la sua
santa volontà, al che supplico V.S. illustrissima resti servita di aiutarmi, come ho
detto, con le sue orazioni più ferventi, che con tal sostegno spererò di
poter camminare avanti con tutta la debolezza mia. E a V.S. illustrissima
bacio umilmente la mano, e me la raccomando in grazia.
Di Gravina 20 aprile 1574
Di V.S. illustrissima e reverendissima
Umilissimo e obbligatissimo
Servitore Francesco vescovo di Gravina.

Il vescovo Francesco Bossi informa il cardinale Carlo Borromeo di essere stato nominato vescovo di Perugia e si rammarica di doversi staccare dai suoi diocesani di Gravina che gli hanno sempre dimostrato amore e obbedienza.
Lo raggiunge il nipote Ottavio Bossi con una lettera del porporato che, evidentemente, come auspicava lo zio qualche tempo prima, era entrato al suo servizio. (Lo aspettava una brillante carriera diplomatica).



Roma 29 maggio 1574[46]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Sono venuto a Roma, e attendo alle visite, e a far spedire le bolle, per andarmi
poi alla mia chiesa di Perugia. Il che dovrà essere fra pochi giorni.
Nostro Signore ha mostrato di vedermi volentieri e di avermi in buona considerazione,
il medesimo hanno fatti questi illustrissimi Signori che ho di già visitati.
E vi riconosco tutto dalla bontà di Dio principalmente, e poi dall’essere
in tanto servizi (?) come sono di V.S. illustrissima persuadendosi forse le persone, che
si come io ammiro sopra ogni altro, l’azione di lei, così anche le dava seguendo,
e imitando come doveri, e come sarebbe mio desiderio, ma perché
io conosco l’imperfezione, e mancamenti miei, resto grandemente confuso
dalla buona opinione, che altri mostrano tenere di me, e dolente di
non esser tale, che basti a portare il peso, che mi trovo sopra le spalle,
qual poi che mi gravi anche maggiormente per le considerazioni, che fa
V.S. illustrissima con la sua del 18 del presente, che purtroppo conosco
esser vero, pure confido nella bontà di Dio, che si degni di aiutarmi.
Illuminandomi la mente, acciò conosca la sua santa volontà, e dandomi forza
per eseguirla, come desidero sopra tutte le altre cose del mondo,
spero anche di trovar le cose si ben incamminate da mons. illustrissimo di
Perugia in quella città, che mi leverà gran parte di quel pensiero, e fatica,
che mi bisognerebbe usare quando non fosse stato in quella città prima di
me, pastore, così vigilante, e pio, e così zelante dell’onor di Dio, come è il
signor cardinale di Perugia. Ma per maggior animo mio supplico umilmente, e con
ogni effetto d’animo V.S. illustrissima resti servita di ricordarmi, e comandandomi
talvolta alcuna di quelle cose, che ella ha usato e usa per beneficio del suo
gregge, e che potrà giudicare essere a proposito per la mia chiesa, sin tanto
che io venendo costì (come pure sono costretto di fare) possa prender da lei
più certa norma e regola di quanto sarà più spediente per il buon governo
della mia chiesa: Non lasciando anche di sperare che V.S. illustrissima per
l’infinita benignità sua, sia per tener memoria di me nelle sue orazioni
e sacrifici, come io ne la supplico con ogni caldezza possibile, per il gran
bisogno, che ne tengo, e per la fede che ho in lei. E a V.S. illustrissima bacio
umilissimamente la mano e me la raccomando in grazia.
Di Roma 29 maggio 1574
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.
Francesco Bossi scrive al cardinale Carlo Borromeo di essere a Roma per sbrigare tutte le formalità connesse alla sua nuova elezione al vescovato di Perugia e raccomanda al porporato di assisterlo con i suoi consigli e con le sue preghiere per assolvere bene  questo suo  nuovo incarico al servizio della Chiesa.


Perugia 11 gennaio 1575[47]

Illustrissimo e reverendissimo signore a padrone mio colendissimo.

207

Subito che io giunsi a Perugia, con una mia feci riverenza a V.S. illustrissima dolendomi
insieme che ella fosse passata di qua vicino, senza che io me l’avessi pur potuto
immaginare, e insieme la supplico a favorirmi nel ritorno a Milano,
secondo l’intenzione che già me ne diede. Ora vengo a far il medesimo ufficio
con questi pochi righi, supplicandola con ogni umiltà, e a effetto possibile a non mancarmi
di questa grazia, poiché con questa occasione potrà vedere le devozioni di Assisi, e
della Madonna degli Angeli, e altri luoghi santi e pii nel medesimo viaggio, e
qua in Perugia potrà vedere l’anello della gloriosissima Madonna, e che io lo
riceverò a favor singolarissimo da V.S. Illustrissima e gliene resterò con obbligo d’eterna
memoria aggiungendolo agli altri infiniti, che di già le tengo. Con che le
bacio umilmente la mano e me la raccomando in grazia, pregandola dal Signore Dio
abbondanza del suo Santo Spirito.
Di Perugia 11 gennaio 1575
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.


Francesco Bossi supplica il cardinale Carlo Borromeo di fargli visita presso la sua nuova sede di Perugia non appena gli sarà possibile, in occasione del suo viaggio di ritorno a Milano. Avrà così la possibilità di visitare la basilica di Assisi, S. Maria degli Angeli e altri luoghi santi, tra cui il duomo di Perugia dove è conservato l’anello della Madonna.

Perugia 20 gennaio 1575[48]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Siccome non è in me desiderio più antico, né più grande, che di servire V.S. illustrissima
in tutto quello, che pur di mi possa (come molto ben ella deve sapere) così
nessuna cosa mi potrà avvenire più cara giammai, quanto che mi si rappresenti
occasione di poter mettere ad effetto questo debito, e desiderio mio.
Pertanto non mancherò di tenere in considerazione a suo tempo messer Livio
Leone della Pergola, acciò ottenga un luogo di sapienza vecchia,
come V.S. illustrissima mi comanda, sebbene sono già tanti quelli, che hanno
avuto intenzione da mons. illustrissimo di Perugia, quando era qua vescovo
e che sono descritti al libro, che io temo che difficilmente vi possa essere
luogo per esso messer Livio; pur se egli avesse le qualità, che io desidero
per esecuzione della mente del fondatore, non mancherò di compiacerlo
se sarà possibile, e servir in questo V.S. illustrissima come desidero di far
in tutte le cose. E le bacio umilmente la mano e me le raccomando in
grazia, con pregarle dal Signore Dio lunga e felice vita.
Di Perugia 20 gennaio 1575
Di V.S. illustrissima e reverendissima
Umilissimo e obbligatissimo
Servitore Francesco di Perugia.

Francesco Bossi scrive al cardinale Carlo Borromeo che terrà in considerazione la sua raccomandazione per messer Livio Leone della Pergola e cercherà di affidargli qualche incarico degno della sua antica sapienza. Per una volta tanto è il nostro vescovo Francesco che cerca di soddisfare una richiesta del Borromeo.


Siena 15 novembre 1575[49]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo

Ringrazio V.S. illustrissima dell’ufficio che si è degnata di far meco con la
sua del 4, nel particolare di Egidio mio nipote, e poiché il
caso è successo, e ella giudicò, che non si potesse mancare di
eseguirlo, io me ne do pace, specialmente vedendo che vi sia
intervenuto il consenso e l’autorità di V.S. Illustrissima alla quale non
lascerò già di dire, che Egidio ha avuto gran conto a mettersi
in tal necessità, senza sapere dal signor Marco Antonio suo padre,
al quale io ho gran compassione, conoscendo la natura sua molto
sensitiva, e la poca intelligenza, che è tra di loro, onde supplico
V.S. illustrissima resti servita per la pietà sua di far quegli uffici,
che potrà per quietarlo, e consolarlo, e acciò non nascano
altri disordini e inconvenienti tra lui e il figliolo, che io
lo aggiungerò agli altri infiniti obblighi che tengo a V.S. illustrissima
la supplico anche umilmente si degni pregar Dio per me, che mi
doni grazia di dar compimento con suo onore a questa visita di Siena.
Nella quale tuttavia mi trattengo, prevedendo contro gli amministratori
di fabbriche, ospedali e altri luoghi pii, acciò mi mostrino
i loro conti, il che non piace al granduca, che facciano perché intendo,
che V.S. illustrissima in Cremona ha non solamente veduti i conti e
amministrazioni dei suddetti luoghi pii, come anche gli ha dato
ordini e modi, con che per l’avvenire si avranno a governare, la
supplico mi favorisca a farmi avere copia dei suddetti ordini,
acciò me ne possa valere all’occasione secondo che mi farà
di bisogno, e lo riceverò per grazia singolarissima da V.S. illustrissima
alla quale bacio umilmente la mano e me la raccomando in grazia, pregandola
dal Signore Dio lunga e felice vita.
Di Siena 15 novembre 1575
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.

Francesco Bossi confida al cardinale Carlo Borromeo non si capisce quali incomprensioni siano sorte tra suo nipote Egidio Bossi e il padre di questi Marco Antonio.


Perugia 21 aprile 1578[50]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Ringrazio senza fine V.S. illustrissima che si sia degnata salutarmi come ha fatto
con la sua del 13 del presente portatami dal signor Marco Antonio mio
fratello, dal quale ho anche inteso diversi particolari delle mirabili, e
singolari azioni di lei, che mi hanno portato grandissimamente consolazione
sebbene anche che nel medesimo tempo mi fanno chiaramente volere quanto io
mi trovi lontano da quello, che dovrei essere in questo luogo che
tengo. Il Signore Dio conservi lungamente V.S. illustrissima per beneficio di cotesta
patria, e della cristianità tutta, poiché tanto i prelati
come i popoli hanno abbondantemente dove specchiarsi, e pigliare esempio
di tutte le azioni loro in V.S. illustrissima e nei frutti che nascono dalla
sua vigna così ben coltivata. Io aspettavo molte scritture
da lei per valermene a beneficio di questo mio popolo, ma poiché
non le è tornato bene a mandarmele per ora, avrò pazienza
aspettando d’averle un’altra volta, come io la supplico umilmente
si degni di fare quanto prima si troveranno accomodate a voglia
di lei, e se io avessi, che poterle mandare, non mancherei di farlo
specialmente comandandomelo V.S. illustrissima ma la debolezza mia non permette
ch’io basti a far cose degne da comparirle avanti, ma se io manco
in tutto il resto con V.S. illustrissima supplico almeno, quale che io sia, col
pregar Dio per lei come faccio nei miei sacrifici di continuo, e
a V.S. illustrissima umilmente bacio la mano, raccomandandomi in grazia, e
predandola dal Signore Dio lunga e felice vita.
Di Perugia 21 aprile 1578
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.

Francesco Bossi ringrazia il cardinale Carlo Borromeo della sua lettera che gli è pervenuta a Perugia tramite suo fratello Marco Antonio. Si rammarica però di non aver ancora ricevuto tutti
quei libri che aveva richiesto al porporato per meglio assolvere al suo nuovo incarico di vescovo di Perugia.





Perugia 30 giugno 1578[51]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

240

Ho sentito infinita consolazione con la speranza, che mi dà V.S. illustrissima
con la sua lettera del 15 del passato di mandarmi una fatica
fatta sopra molte sostituzioni e bolle di Sommi Pontefici, Concilio di
Trento e sinodi suoi provinciali ma molto meglio mi servirò
ancora, come le scrissi, tanto più se mi verrà accompagnata
di qualche bella e utile cosa, di cui ella abbonda di
continuo, e io ne ho gran bisogno, per imparare e eccitare
la debolezza e pusillanimità mia, onde sarà grande opera
di carità, che ella resti servita di aiutarmi spesso con le
orazioni sue, e con istruzioni e ordini, che escano dalla
santa mente e prudenza di V.S. illustrissima, alla qual per non
la fastidire più oltre bacio umilmente la mano e me la raccomando
in grazia, pregandola dal Signore Dio lunga e felice vita.
Di Perugia 30 giugno 1578
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.


Francesco Bossi ringrazia il cardinale Carlo Borromeo di avergli inviato le bolle, i decreti del Concilio di Trento e  dei sinodi provinciali dai quali potrà trarre utili consigli per il governo della sua nuova diocesi di Perugia.


Perugia 29 settembre 1578[52]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Vengono i quattro frati cappuccini che V.S. illustrissima ha desiderato, e
signor cardinale di Perugia ha disposto principalmente a venire, e
si sarebbero inviati più presto, ma vi è stata fatica a trovar i
muli e le lettighe, quali sono giudicate necessarie non tanto per
la comodità, quanto per l’onestà di questi frati, che non sono soliti
a lasciarsi veder giammai. Ma credo che le riusciranno assai
gagliardi di spirito, ma deboli di complessione, e malsani,
ma quali che sono, se le inviano volentieri, per soddisfare al desiderio
di V.S. illustrissima e all’obbligo, che tutti abbiamo di servirla.
Con questi frati vengono due fratelli d’essi e un fra Simone sacerdote
d’età matura, e di buona vita, che ha poche lettere, ma è fidato, e
pratico del governo di monachi, sebbene non ha mai servito
particolarmente al monastero dei Cappuccini, e V.S. illustrissima sarà servita
di raccomandarlo quanto prima perché ha un beneficio curato nella città,
e per lui potrà anche mandarci quel libro, di già mi scrisse, e
qualche altra cosa,  che le paia a proposito, per beneficio di questa chiesa,
e per aiutar la debolezza e freddezza mia, che io del tutto le ne
resterò con obbligo infinito. Con che bacio la mano a V.S. illustrissima con
ogni umiltà, e nella sua buona grazia mi raccomando senza fine, pregandola
dal Signore Dio lunga e felice vita.
Di Perugia 29 settembre 1578
Di V.S. illustrissima e reverendissima
umilissimo e obbligatissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.


Perugia 24 ottobre 1578[53]

Illustrissimo e reverendissimo signore e padrone mio colendissimo.

Sono pregato da un amico mio che io voglia raccomandare a V.S. illustrissima messer
Gaspare Orsini da Rocca contrada, e sebbene io non lo conosco,
vengo non di meno a far questo ufficio per soddisfare all’amico poiché mo afferma che il suddetto messer Gaspare e dottore di buone lettere, e buona vita, e che ha esercitato l’ufficio di vicario
i Macerata, Osimo e Camerino, dove ha soddisfatto, e
si può credere anche per la buona volontà, che tiene di servire
V.S. illustrissima aiutato dal santo valor di lei, possa parimenti soddisfare
costì in quello dove ella lo impiegherà, onde riuscendole tale
la supplico si degni dargli luogo nella sua grazia e aggiungerò
qualche cosa a quello che ella farebbe per propria natura,
e bontà sua, che io le ne resterò con molto obbligo, Con che bacio
umilmente la mano a V.S. illustrissima e nella sua buona grazia mi raccomando
senza fine, pregandola dal Signore Dio lunga e felice vita.
Di Perugia 24 ottobre 1578
Di V.S. illustrissima e reverendissima
obbligatissimo e umilissimo
servitore Francesco vescovo di Perugia.




[1] Foglio pagina n. 0107, 53.
[2] Foglio pagina 0140, 72.

[3] Abbazia di S. Prassede.
[4] Foglio pagina 0292, 143.
[5] Pio V.
[6] Romolo Valenti vescovo di Conversano.
[7] Foglio pagina 0170, 83.
[8] Foglio pagine 0247, 122.

[9] Foglio pagina 0443, 220.

[10] Foglio pagina 0571, 283.
[11] Parrocchia soppressa e unita a quella di S. Alessandro in Piazza Missori.
[12] E tutti gli altri beni della Val Bossa? Forse al vescovo Francesco era  toccata soltanto un parte dell’eredità paterna.
[13] Foglio pagine 0613, 304.

[14] Foglio pagina 0203, 97.
[15] Pio V.
[16] Foglio pagina 0349, 165.

[17] Foglio pagina 0169, 83.

[18] Foglio pagina 0268
[19] Foglio pagina 0355, 175.
[20] Bari.
[21] Pio V.
[22] Foglio pagina 0575, 287.

[23] Foglio pagina 0271, 181.

[24] Foglio pagina 0337, 169.
[25] Foglio pagina 0479, 257.

[26] Foglio pagina 0245, 131.
[27] Foglio pagina 0546.

[28] Ferdinando II orsini duca di Gravina.
[29] Virginia Rovere Borromeo.
[30] Guidobaldo II della Rovere, duca di Urbino.
[31] Foglio pagina 0021.
[32] Dovrebbe essere mons. Bonomo.
[33] Foglio pagina 0399, 196.

[34] Foglio pagina 0419, 205.

[35] Foglio pagina 0645, 305.
[36] Foglio pagina 0250, 132.
[37] Foglio pagina 0251, 133.
[38] Foglio pagina 0307, 148.
[39] Gregorio XIII.
[40] Foglio pagina 0308, 149.

[41] Gerolama Borromeo Gesualdi.
[42] Gesualdi.
[43] Foglio pagina 0223, 106.

[44] Foglio pagina 0377, 183.

[45] Foglio pagina 0104, 53.

[46] Foglio pagina 0116, 59.

[47] Foglio pagina 0407, 207.
[48] Foglio pagina 0414, 210.

[49] Foglio pagina 0415, 211.

[50] Foglio pagina 0438, 224.

[51] Foglio pagina 0471, 240.
[52] Foglio pagina 0387, 198.

[53] Foglio pagina 0462, 235.

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